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:: REPORTAGE di SELVAS.ORG ::

Cinque e sei di dicembre: due giorni di manifestazioni che segnano una svolta. Per la prima volta indigeni, studenti universitari, organizzazioni ambientaliste e dei diritti umani, insieme nell’Amazzonia ecuadoriana per gridare il loro dissenso ad una politica di sfruttamento petrolifero che sta generando soltanto soprusi, danni ambientali, odio tra le popolazioni locali coinvolte.
E proprio uno scontro tra due comunità indigene ha anticipato di poche ore l’inizio della marcia, generando tensione e sconforto tra i manifestanti.

"Sarayacu resiste!"

Dall'Ecuador - Puyo: Tancredi Tarantino
per Selvas.org


Immagini di Tancredi Tarantino della grande manifestazione per Sarayacu a Puyo



:: APPROFONDIMENTI ::

Da Quito Tancredi Tarantino,
per Selvas.org intervistato
da
Radio Popolare Milano
in partenza per Puyo

>>Scarica il File MP3 - Zip (5,4 Mega!!)


Appello per SARAYACU
In spagnolo e Italiano

www.sarayacu.com

In spagnolo e inglese
Sito ufficiale della comunità. Vi si trovano le vicende delle battaglie contro la CGC/ChevronTexaco, fotografie, e musica tradizionale.

www.sarayacu.org
In italiano e spagnolo
Sito di appoggio alla comunità.
Vi si trovano le lettere degli sciamani e la descrizione della comunità, fotografie originali e campagne di solidarietà
e-mail:allpamanta@sarayacu.org.
"allpamanta" in kichwa significa
Per la terra

www.oilwatch.org.ec
In spagnolo e inglese
Sito della rete di resistenza alle attività petrolifere nei paesi tropicali


www.cdes.org.ec
In spagnolo
CDES - Centro de Derechos Economicos y Sociales


www.coica.org
In spagnolo
Sito ufficiale Coordinamento Organizzazioni Indigene Conca Amazonica


ALTRI ARTICOLI su Sarayacu già apparsi su Selvas.org:

(13/05/2003)

Prime vittorie dei popoli indigeni
sulle multinazionali del petrolio
(02/12/2002)
L'estrema difesa di Sarayacu
(12/11/2002)
Le multinazionali affilano gli artigli






06/12/2003

Al grido “Que viva Sarayaku, que viva!”, circa due mila persone, tra indigeni dell’Amazzonia e della Sierra, afro-ecuadoriani, studenti universitari, dirigenti ambientalisti e semplici cittadini hanno sfilato per le vie del Puyo, capoluogo della provincia amazzonica di Pastaza, in difesa della comunità kichwa di Sarayacu e contro lo sfruttamento petrolifero militarizzato del cosiddetto “blocco 23”.
E proprio l’annuncio, da parte del Ministro per l’Energia Carlos Arboleda, di una nuova militarizzazione del blocco è stata la causa di questi due giorni di manifestazioni, incontri, video, proposte, che per la prima volta hanno visto insieme, mano nella mano, in una mistura di colori, costumi e tradizioni, il lontano e isolato oriente, con le sue risorse naturali e la sua cultura intimamente legata alla “madre terra”, e le città, da dove il potere politico ed economico dispone autonomamente di quelle stesse risorse, svendendole al miglior offerente.

Unici grandi assenti, purtroppo, proprio gli abitanti di Sarayaku, che dopo tre giorni di viaggio in canoa per raggiungere il Puyo, sono stati bloccati e picchiati dai kichwa di Pacayacu, in una guerra tra comunità generata dalle stesse politiche petrolifere attuate finora.
Politiche, queste, che hanno suddiviso il territorio amazzonico ecuadoriano, fonte di grandi quantità di petrolio, in tanti blocchi da 200 mila ettari ciascuno, a mo’ di scacchiera, affidando le attività di esplorazione ed estrazione del greggio alle imprese straniere interessate.

Legittimità indigena
La protesta dei Sarayaku nasce proprio da un accordo siglato nell’agosto del ’96, con il quale il Governo ecuadoriano ha dato in concessione il cosiddetto “Blocco 23”, ubicato nella provincia di Pastaza, alla impresa petrolifera argentina CGC (Compañia General de Combustibles). Il territorio interessato ospita circa 30 mila indigeni, non solo di etnia Kichwa ma anche Shuar e Achuar, e per il 60% è da sempre abitato dai Sarayaku. Quest’ultimi, fin da subito, hanno fatto sentire la propria voce contro l’accordo firmato dal Governo, denunciando la violazione della Convenzione 169 dell’ILO sulla difesa dei popoli indigeni, e delle norme fondamentali della Costituzione ecuadoriana che impongono la consultazione previa e la partecipazione delle popolazioni locali, nell’adozione di misure che autorizzino lavori di estrazione petrolifera nelle loro terre.

A sostegno della legittimità della protesta indigena, sono arrivati a più riprese, nel corso di questi anni, pronunciamenti da parte di organi giudiziari ed organismi internazionali di tutela dei diritti umani. In particolare, nel novembre del 2002, il Tribunale del Puyo ha disposto la sospensione dei lavori da parte della CGC nel “blocco 23”; e nel maggio di questo anno è intervenuta la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che ha imposto al Governo ecuadoriano di adottare una serie di misure cautelari “a tutela della comunità indigena di Sarayaku, vittima di minacce e violazioni”.



Messaggi fin troppo espliciti
Incurante di tutto ciò, la CGC ha continuato ad occupare queste terre, installando nuovi campamenti per i propri dipendenti e minacciando le popolazioni locali contrarie alla loro presenza, potendo spesso contare anche sull’appoggio del Governo, che già in piú occasioni ha proceduto ad una militarizzazione del territorio per permettere alla impresa argentina di procedere in tranquillità nelle sue attività di sfruttamento petrolifero. Tanto che, in merito a questi continui interventi dell’esercito, si sono pronunciate anche Amnesty International e la OEA (Organizzazione degli Stati Americani) dicendosi preoccupate per la sicurezza delle comunità indigene che vivono nel “blocco 23”.

Dal Puyo, però, i manifestanti lanciano un messaggio chiaro ed esplicito: di fronte a queste politiche petrolifere che generano soltanto morte, violenze ed umiliazioni ai danni delle ancestrali popolazioni locali, “Sarayacu resiste”, come recita lo striscione posto alla testa del corteo. Ed in questa sua resistenza da oggi non sarà più sola.




Dopo tre giorni di viaggio in canoa, assalgono dei rappresentanti di Sarayacu

Picchiati e trattenuti

Dall'Ecuador - Puyo: Tancredi Tarantino per Selvas.org




Navigavano in canoa da tre giorni i 150 Sarayaku che volevano essere presenti alla grande manifestazione del Puyo, dove ad attenderli c’erano centinaia di giovani e meno giovani arrivati da tutto il Paese per dimostrare il loro appoggio a questa comunità della provincia di Pastaza che dal 1996 si oppone alle attività di esplorazione ed estrazione del petrolio avviate nei loro territori.
Purtroppo però al Puyo ne sono arrivati soltanto una decina. Gli altri, giunti nelle comunità di Pacayacu e Canelos, sono stati fermati, picchiati e minacciati con armi da fuoco da parte degli stessi abitanti indigeni dei due villaggi. Alcuni sono stati trattenuti, altri sono stati costretti a riprendere le canoe e tornare indietro. Una ragazza invece risulta ancora desaparecida, probabilmente è riuscita a nascondersi nella foresta per sottrarsi alle violenze, ma fino ad ora di lei non si hanno notizie.

La situazione, al termine dei due giorni di manifestazioni, continua ad essere tesa. Le uniche notizie giunte qui al Puyo, ci confermano che alcuni dei Sarayacu si trovano ancora nelle mani dei Pacayacu. Tuttavia non si conosce il posto in cui siano stati portati, né le loro condizioni fisiche. Chi invece é riuscito a fuggire e sottrarsi cosí alle violenze, si trova attualmente in un luogo chiamato Cuya, a circa un’ora da Pacayacu, e si sta attualmente verificando se ci sia la possibilitá di andare a soccorrere le donne, i bambini e gli uomini presenti lí, o se sia piú opportuno attendere un paio di giorni, per evitare ulteriori tensioni tra le comunitá.

“Ci hanno teso una trappola, ci hanno accerchiato e hanno cominciato a picchiarci, senza risparmiare donne e bambini”, ci racconta uno dei ragazzi che é riuscito a fuggire e a raggiungere il Puyo. “Erano tutti ubriachi, e continuavano ad insultarci - continua. Mi hanno portato dentro una delle loro case e hanno cominciato a minacciarmi con un fucile. Volevano sapere dove andavo e perché. Continuavano a dirci che non dobbiamo opporci a chi vuole soltanto portare ricchezza nelle nostre terre. Ma quale ricchezza? Finora é soltanto aumentata la violenza e le discriminazioni nei nostri confronti. La situazione nella foresta per noi Sarayacu é ogni giorno piú critica e la polizia si rifiuta di difenderci”.



Fratelli contro fratelli
“Di fronte a quest’ennesimo sopruso subito dalla mia gente - ci racconta Franklyn Toala, rappresentante dei Sarayaku in Quito - la polizia è rimasta a guardare, dicendo di non poter intervenire per risolvere problemi tra comunità, contravvenendo ancora una volta al pronunciamento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che prevede che lo Stato adotti delle misure cautelari che possano tutelarci da questo tipo di violazioni che siamo costretti a subire da parte delle comunità vicine”.

Si tratta solo dell’ultimo episodio di una guerra tra comunità spesso taciuta o liquidata in modo semplicistico come guerra tra selvaggi, e che invece affonda le sue radici in una cinica politica attuata dalla CGC, la compagnia argentina cui è stato affidato in concessione il blocco 23. Una politica che ha come unico obiettivo quello di isolare la comunità di Sarayaku, la più ostile ad uno sfruttamento petrolifero selvaggio, facendo promesse alle altre comunità e scegliendo tra i membri delle stesse i suoi dipendenti. In tal modo si lascia che siano gli stessi indigeni a decimarsi a vicenda, senza sporcarsi le mani ed esporsi in prima linea, ma riuscendo comunque a sbarazzarsi dei più ostili.

Una politica che è apparsa evidente fin da subito. Come nel caso dei 3 lavoratori della impresa argentina trattenuti lo scorso anno dai Sarayaku, che in tal modo volevano dimostrare la presenza della compagnia petrolifera sul loro territorio. Abbiamo avuto modo di vedere il video di quanto accaduto in quell’occasione: i tre dipendenti sono stati calati da un elicottero della CGC e lasciati intenzionalmente nelle mani dei Sarayaku. Due dei tre appartenevano alla vicina comunità, anch’essa di etnia kichwa, di Canelos, cosicché lo scontro tra le due comunità è stato inevitabile.
“Ci hanno messo contro i nostri stessi amici di infanzia”, dice Franklyn, che quando parla di queste comunità, continua a definirle “nostre famiglie”. Famiglie cioè che facevano parte della comunità di Sarayaku e che la politica petrolifera adottata negli ultimi anni è riuscita a portare dalla propria parte.

Quale sarà adesso la reazione dei Sarayaku è difficile prevederlo. Marlon Santi, presidente dei Sarayacu, nella rabbia del momento ci dice che “è arrivata l’ora di reagire e, se necessario, andremo a riprenderci con la forza i nostri compagni, fratelli e amici trattenuti a Pacayaku”.
Probabilmente è soltanto un’affermazione dettata dalla frustrazione per quanto accaduto e dalla necessità di difendere il proprio popolo, ma una cosa sembra certa: lo sfruttamento del petrolio nel blocco 23 durerà alcuni anni o forse non avrà mai inizio; la spirale di odio e rivalità tra questi popoli, invece, avrà delle conseguenze molto più a lungo termine e continuerà a generare morte e violenze tra la gente di questi villaggi.




Foto della manifestazione a sostegno di Sarayacu
Puyo, 6 dicembre 2003


Dall'Ecuador - Puyo: Tancredi Tarantino per Selvas.org




















Tancredi Tarantino , ricercatore indipendente, ha curato diversi dossier sull'America Latina e sulle politiche neoliberiste della Banca Mondiale. Laureato in Giurisprudenza a Pisa, con una tesi in Economia Politica sulla Banca Mondiale, ha concluso un Master in giornalismo. Attualmente è in Ecuador per un progetto internazionale.

E-mail : tanc@email.it


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