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5-10-2008
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Nella nazione andina è stata ratificata la nuova Carta Magna. Il Sì sfonda oltre il 64%: un vero trionfo per il presidente Rafael Correa, e un nuovo vento di dignità per l’intero continente. Ora sono molte le sfide che la nuova Legge dovrà affrontare.

Sì! Ecuador approva la nuova Costituzione

Alessandro Giacopetti -(http://alexgiaco.blospot.com) inviato a Selvas.org


Tutte le foto di questo servizio sono riferite ai festeggiamenrti dopo la vittoria del SI alla nuova costituzione in Ecuador.
(fonte: Presidencia de la República del Ecuador)


Domenica 28 settembre l’Ecuador è andato alle urne per approvare o rifiutare la riforma costituzionale, voluta dal primo ministro Rafael Correa. La costituzione precedentemente in vigore era nata nel 1998. Ad elaborare la nuova Carta Magna, non senza patemi d’animo, è stata una Assemblea Costituente creata ad hoc tra novembre 2007 e luglio 2008 e con sede nella città di Montecristo. Questa è una città simbolica, in quanto culla dell’eroe nazionale Eloy Alfaro. La proposta di riforma è stata avallata con novantaquattro voti a favore. Il partito di Correa, Acuerdo Pais, aveva settantotto dei centotrenta seggi componenti. I voti favorevoli in più sono stati espressi da altri gruppi politici e deputati indipendenti. L’Assemblea Costituente pochi giorni fa ha consegnato il progetto di riforma costituzionale al Tribunal Supremo Electoral (TSE) che ne ha decretato lo scioglimento, in quanto ha esaurito il suo compito.

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ECUADOR
I punti chiave della riforma sono due: emancipare il paese dal potere delle multinazionali, specie le petrolifere, che per anni, grazie a governi compiacenti, hanno fatto il loro comodo nel sottosuolo andino; riformare il sistema fiscale, per colpire l’evasione e per ricalibrare le tasse, alleggerendo la pressione sui ceti più poveri della popolazione. Insomma una Carta Magna che vuole uno sviluppo incentrato sull’uguaglianza sociale, sulla sovranità economica e la sostenibilità alimentare del paese; punta anche sulla tutela ambientale, sul rafforzamento del principio di non discriminazione, della parità di genere e sul riconoscimento della plurinazionalità di uno stato, composto da svariate culture e popolazioni. Proprio queste però, durante la campagna elettorale non erano del tutto soddisfatte dei quattrocentoquarantaquattro articoli che la costituiscono. La Conaie, Confederaciòn Nacional De Organizaciones Indigenas de Ecuador, ha dovuto lottare e protestare nelle piazze per far introdurre le sue rivendicazioni, per la verità neanche tutte. Ha così deciso di dichiarare un Sì critico al testo che ne sottolineava la non totale soddisfazione.


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Una campagna referendaria in discesa
Durante la campagna elettorale, tutto sommato tranquilla, ci sono stati alcuni scambi di battute che hanno acceso l’interesse internazionale. Ad esempio, il ventiquattro agosto Correa aveva accusato l’opposizione di fomentare atti di violenza durante le loro manifestazioni elettorali. Aveva inoltre invitato i suoi elettori e simpatizzanti a non rispondere alle provocazioni. Correa ha denunciato l’ingerenza nei fatti interni ecuadoriani di elementi della destra venezuelana, contrari a Hugo Chavez, che hanno tenuto degli incontri con studenti ecuadoriani su come provocare disordini. Gli stessi venezuelani si sono infiltrati anche in Bolivia da tempo per intessere rapporti con l’opposizione a Evo Morales. “Come in Bolivia hanno aiutato a formare la Union Juvenil Cruceñista, così ora sono venuti in Ecuador a provocare gli stessi danni”, ha affermato in un comizio di agosto. Certamente per Correa, questa era la madre di tutte la campagne elettorali; una battaglia per sconfiggere la partitocrazia. Sono infatti centoventotto le forze politiche attualmente censite dal Comitato Nazionale Elettorale.

Alcuni analisti hanno fatto notare che sarebbe stato un disastro per il governo non vincere il referendum. La preoccupazione era balzata all’onore delle cronache dopo la sconfitta elettorale subita da Hugo Chavez nel suo di referendum, che puntava a garantirgli la ricandidatura nel 2012, celebrato poche settimane prima. Per Correa sarebbe stato un colpo durissimo alle aspirazioni di riforma, sue e del suo elettorato, stanco di instabilità governativa e povertà dilagante. Se il fronte del Sì era dato per vincente con una percentuale poco superiore al 50%, l’opposizione era accusata di non aver saputo organizzare una seria e ragionata campagna elettorale. Le ragioni del No sembravano confuse, sia per i cittadini sia per i giornalisti internazionali. Il capofila del fronte dei contrari è stato il sindaco della città di Guayaquil, Jaime Nebot. Il ruolo maggiore però l’ha avuto la Chiesa Cattolica, in particolare l’Opus Dei, secondo la quale la nuova costituzione aprirebbe la strada alla legalizzazione dell’aborto, oltre a rafforzare troppo i poteri del Capo dello Stato. In realtà nella costituzione non si parla mai apertamente di aborto. I leader della Chiesa Evangelica, che nel paese conta un milione di seguaci, hanno marcato le loro distanze dai colleghi cattolici, e al contrario hanno chiamato al voto secondo coscienza. Ago della bilancia era il 25% di indecisi.

La Commissione Europea il quindici settembre ha inviato una missione di osservatori in Ecuador, per analizzare lo svolgersi delle operazioni di voto. Composta da ventuno esperti, è stata guidata dall’eurodeputato conservatore portoghese José Ribeiro de Castro. Questi si è incontrato con membri del Tribunal Supremo Electoral de Ecuador e con il ministro de Asuntos Exteriores, María Isabel Salvador. Tale missione è stata richiesta dalle autorità ecuadoriane per verificare il rispetto degli standard democratici internazionali, sia durante la campagna elettorale, sia nella domenica elettorale, sia nel riconteggio totale. Ha contribuito dunque a sottolineare la trasparenza delle operazioni e a rinforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, in un momento cruciale nella storia del paese.




Hanno potuto votare anche i residenti all’estero. Il sito internet del Ministerio de Relaciones Exteriores, Comercio e Integración informava pochi giorni prima del voto che i consolati ecuadoriani, assieme al Tribunal Supremo Electoral (TSE), avevano realizzato in totale normalità l’iscrizione alle liste elettorali di 157.003 persone, tra il ventidue luglio e il dodici agosto. Le città con maggior presenza ecuadoriana nel mondo sono Madrid, Murcia, Milano, Roma, Genova, Caracas e Toronto. “Sono 92.766 quelli residenti in Spagna, la maggiore tra le colonie in Europa”, confermava l’ambasciatore ecuadoriano a Madrid, Nicolás Issa Obando. Anche questi era convinto che avrebbe vinto il Sì. Relativamente alla questione della ingerenza della Chiesa Cattolica ha affermato che “ciò non influenzerà il risultato, perché non è la chiesa a dirci come dobbiamo votare”. Le principali forze politiche hanno concluso la campagna elettorale a Guayaquil, e simpatizzanti di entrambi gli schieramenti si sono ritrovati nella regione di Guayas, la più ricca del paese. Questa è stata la provincia bastione del No, e quella dove si sarebbe dovuta decidere la sorte del risultato.

Domenica tutto si è svolto con normalità e il Sì ha ottenuto una vittoria superiore alle aspettative. Già col 52% dei seggi scrutinati superava il sessantacinque percento, secondo i dati del Tribunal Supremo Electoral (TSE). In quel momento il No era fermo al ventisette. Alla chiusura delle urne, senza aspettare i risultati definitivi, che alla fine parleranno di un sessantaquattro percento di Sì, Rafael Correa celebrava quella che definiva “una vittoria che trascende le persone fisiche che l’hanno resa possibile, divenendo un momento storico per tutti i cittadini. Il trionfo è stato rotondo e disarmante, e va oltre le nostre aspettative”. Da Guayaquil, sua città natale, dove attendeva i risultati ha effettuato un richiamo all’unità, e ha aggiunto che “coloro che hanno mentito durante la campagna elettorale dovranno renderne conto”. È la conferma della continuazione del cambio iniziato nel duemilasei con la sua elezione. Per l’Ecuador si tratta davvero di una svolta verso un nuovo modello di stato, dato che le vecchie strutture gerarchiche sono state rivoluzionate. Per Acuerdo Pais il referendum è stato un modo di rifondare il paese, per l’opposizione è un modo di controllarlo meglio. Correa ha idealmente abbracciato, col suo discorso i tre milioni di ecuadoriani che sono stati esiliati dalla miseria e dallo sfruttamento del paese da parte delle multinazionali. Anche tra questi ha vinto il sì. “Se non vinco me ne vado”, aveva giurato in campagna elettorale.

 

Il Primato Costituente
La nuova Carta Magna è la più evoluta del continente. Allarga la copertura sanitaria ed educativa, proibisce il lavoro a i minori di quindici anni, elevando l’obbligo scolastico fino al completamento degli studi secondari. Riconosce il diritto ad emigrare, garantendo i diritti a chi lavora all’estero e alle relative famiglie; identico il trattamento per chi immigra in Ecuador. Tutela la famiglia nei suoi tipi differenti, estendendo gli stessi diritti alle coppie coniugate e a quelle di fatto, senza distinzioni per quelle dello stesso sesso. L’opposizione non contesta il contenuto ma si chiede dove il governo troverà i soldi. Proprio sul piano dei finanziamenti Correa ha dichiarato che, se le entrate derivanti dall’industria petrolifera non saranno sufficienti, sospenderà il pagamento del debito estero, pur di garantire la copertura dei costi. L’opposizione inoltre depreca l’aumento dei poteri del capo dello stato, sostenendo che si vuol garantire la rielezione di Correa per altri otto anni. Altro punto caldo è infatti quello della rielezione immediata per un altro mandato di quattro anni. In Ecuador potrebbero svolgersi nuove presidenziali già il prossimo anno.

:: CONAIE ::
MARLON SANTI
Presidente della Conaie


Intervista:
"Resisteremo fino alla morte"

Un peso relativamente importante l’hanno avuto le comunità indigene. Pur se in campagna elettorale avevano parlato di un Sì critico, perchè le loro rivendicazioni non erano state pienamente soddisfatte, l’articolo 257 dovrebbe mettere tutti in accordo. Esso permette alle comunità indigene di "conformar circunscripciones territoriales [...] que ejerzan las competencias de un gobierno territorial autónomo". Da un lato alcuni sostengono che questo apra le porte alla frammentazione e alle rivendicazioni da parte di qualunque zona territoriale a una maggiore autonomia, ad esempio nelle forze armate o nella sanità. Dall’altro la Conaie afferma che il plurinazionalismo non causa problemi né allo stato centrale nè all’unità del paese. Nella regione di Guayaquil però la festa è stata rovinata dalla vittoria del No, anche se solo per due punti percentuali. Questa è la le regione più ricca del paese e il suo motore economico, e l’unica in cui è successo. Correa ha avvertito che non permetterà che essa resti al margine della Costituzione o che scenda nel baratro della violenza in nome dell’autonomia o del separatismo. Ogni riferimento alla situazione attuale in Bolivia era puramente voluto. Chavez, Morales e Bachelet, sono alcuni dei leaders internazionali che hanno fatto i complimenti a Correa per la vittoria.

Dal canto suo la Chiesa Cattolica ha preso atto del risultato referendario e si è dichiarata disposta a dialogare col governo per ridurre le discrepanze evidenziate in campagna elettorale Il presidente della Conferencia Episcopal Ecuadoriana e vescovo della città di Guayaquil, monsignor Antonio Arregui, aveva criticato duramente il progetto di nuova costituzione: sia perché aprirebbe la strada alla legalizzazione dell’aborto, sia perché equipara la famiglia tradizionale alle coppie di fatto e ai matrimoni omosessuali. Ora ha accettato la mano tesa del governo. “Per la Chiesa il dialogo è un metodo istituzionale, normale e abituale, e siamo aperti verso l’esecutivo come lo siamo sempre stati, anche nei momenti di maggior tensione. Vogliamo lasciar da parte le divergenze e arrivare all’unità nazionale”, ha detto Arregui a Radio Quito. E, durante la campagna elettorale, di momenti di tensione ce ne sono stati tra l’esecutivo e i vertici clericali. Se la Chiesa ha parlato di un progetto costituzionale statalista e lontano dai valori cattolici, il governo ha risposto che alcune elites ultraconservatrici della Chiesa Cattolica erano legate ai gruppi di destra che si opponevano con la violenza alla nuova costituzione. Rafael Correa, comunque dopo i sorprendenti risultati elettorali superiori al 64%, ha fatto un appello al dialogo all’interno di regole democratiche, a tutti i settori della società.

Il presidente della Confederación de Nacionalidades Indígenas (Conaie), Marlon Santi, ha assicurato che la sua organizzazione è aperta al dialogo su questioni d’interesse generale e che difenderà la nuova costituzione. Qualunque dialogo dev’essere preceduto da una agenda che ne stabilisca gli obiettivi specifici e calendarizzi gli incontri. Da parte sua Humberto Cholango, vicepresidente della Conaie e presidente della Confederación de los Pueblos de Nacionalidad Kichua del Ecuador (Ecuarunari), ha messo in guardia i cittadini da possibili tentativi dell’opposizione di ostacolare la entrata in vigore del testo costituzionale. Ha sferzato poi il governo a implementare un processo di unità popolare più forte.


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