:: Speciale Colombia 2008 ::
Il 2 luglio in una operazione militare che ha quasi del miracolo, vengono liberati Ingrid Betancourt, tre mercenari statunitensi e undici graduati dell'esercito colombiano. E' sicuramente una bellissima notizia che deve aiutarci a ricordare l'emergenza umanitaria in cui vive la Colombia.
Ingrid finalmente libera! A quando la Colombia?
Per Selvas.org i contributi di
Tancredi Tarantino, Martin Iglesias, Isaac Bigio, Miguel Ángel Sandoval, Tito Pulsinelli
9 marzo 2008

2 luglio 2008 - Aereoporto militare di Catam - Igrid Betancourt abbraccia il comandante generale dell'Esrcito colombano Mario Montoya, durante la prima conferenza stampa. (Foto: Juan Felipe Barriga - SP)
:: Ingrid libera tutti...
Quito Ecuador, Tancredi Tarantino
:: Ingrid en retorno y Alvaro en eterno
(en español) London, United Kindom, Isaac Bigio
:: Colombia rimane sequestrata
Milano, Italia, Martin E. Iglesias
:: Un Show carisimo
(en español) dal Guatemala, Miguel Ángel Sandoval
:: Dopo lo scoop, ritorno alla routine di guerra?
dal Venezuela, Tito Pulsinelli
Ingrid libera tutti...
Da Quito, Ecuador Tancredi Tarantino, Selvas.org
5 luglio 2008
La liberazione di Ingrid Betancourt, accolta con gioia nei quattro angoli del mondo, va analizzata al di là del suo grande impatto mediatico o, forse, proprio per il suo grande impatto mediatico a livello internazionale. Ingrid Betancourt finalmente libera, strette le mani tra i due figli ormai grandi Melanie e Lorenzo, ha subito ringraziato l’esercito colombiano ed il presidente Uribe per l’esito dell’operazione militare che l’ha strappata dalle mani delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).
Quindi, ha fatto i primi appelli per la scarcerazione dei circa settecento ostaggi ancora in mano delle FARC e si è rivolta ai presidenti di Venezuela ed Ecuador, Hugo Chavez e Rafael Correa rispettivamente, chiedendo loro di ristabilire relazioni di amicizia e di fiducia con Alvaro Uribe. Dichiarazioni comprensibili, giustificabili in seguito ad una liberazione “sognata da sette anni”, ma non per questo condivisibili anche se a pronunciarle è il simbolo delle vittime di una guerra che da cinquant’anni ha messo in ginocchio un paese intero.
La liberazione infatti è espressione anche della crisi di credibilità di cui soffre Uribe in questi ultimi mesi, soprattutto all'interno della sua Colombia. Lo scandalo "yidispolitica", così come le indagini sulla cosidetta parapolitica, il cui cerchio si stringe sempre più attorno alla figura del presidente, hanno obbligato il principale alleato statunitense a fare ciò che in questi anni si era sempre rifiutato di fare: liberare Ingrid Betancourt che, oltre ad essere stata la sua principale oppositrice, lì nella selva ha rappresentato dal 2002 un ottimo movente per controllare, militarmente e con il consenso di tutti, grandi fette dell'amazzonia e della sierra colombiana, terreno fertile per il narcotraffico ed il paramilitarismo.
Anche accettando la versione ufficiale che parla di una liberazione esemplare avvenuta in pochi minuti e senza spargimento di sangue, in realtà ciò, più che testimoniare il baratro nel quale stanno rapidamente sprofondando le FARC (cosa verosimile in seguito all'uccisione di Raul Reyes e alla morte del leader Manuel Marulanda), porta a ritenere che la guerriglia fosse pronta a liberare unilaterlamente e pacificamente la Betancourt. Ne è riprova la presenza in territorio colombiano di due delegati europei, il francese Noel Sàez e lo svizzero Jean Pierre Gontard, autorizzati dal Governo colombiano ad entrare in contatto con il Segretariato (la direzione della guerriglia) per trovare un accordo per la liberazione.
C’è chi, invece, come la Radio Svizzera Romanda (RSR), non crede alla versione ufficiale e parla di un riscatto di venti milioni di dollari pagato forse dagli Stati Uniti, nel tentativo proprio di fare un assist al fido scudiero Alvaro Uribe. Il canale della trattativa sarebbe Luz Darde Conde, la donna di quello che per anni è stato il carceriere della Betancourt nella giungla, Gerardo Antonio Aguillar detto Cesar.

In ogni caso, l’operazione “Scacco”, che passerà alla storia come la migliore operazione di intelligence internazionale, con il coinvolgimento di esperti di sicurezza israeliani e l’utilizzo delle sofisticate tecnologie statunitensi, altro non è che un'ennesima prova di forza del presidente Uribe pronto a prendersi i meriti per una liberazione alla quale si è sempre opposto, come dimostra l'uccisione in territorio ecuadoriano, la notte del primo marzo, di Raul Reyes, l’allora numero due delle FARC che stava portando avanti i contatti con i governi di Chavez e Correa per raggiungere un accordo umanitario che potesse portare alla liberazione pacifica e senza rischi della ex-candidata presidenziale franco-colombiana.
Ma da allora, in appena quattro mesi, tante cose sono cambiate: il connubio politica-paramilitarismo è sempre più un affare che coinvolge direttamente il presidente Uribe, tanto da vedersi costretto ad estradare e far processare negli Stati Uniti quattordici tra i principali leader paramilitari, accusandoli di non collaborare o di continuare a delinquere anche dal carcere, nonostante le recenti smentite del procuratore generale Mario Iguaràn per il quale “non c’erano prove sufficienti” per giustificare un’estradizione. Paradossalmente, tra i paramilitari colpiti dal provvedimento compare anche Salvatore Mancuso, ex-comandante del gruppo di estrema destra Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), che da alcuni mesi aveva iniziato a collaborare con la giustizia permettendo un avanzamento decisivo delle indagini sulla “parapolitica”.
A questo scandalo, da pochi mesi, se ne è aggiunto un altro, conosciuto come “yidispolitica”. Lo scorso aprile, l’ex-deputata conservatrice Yidis Medina autorizza un’emittente televisiva locale a mandare in onda un’intervista, registrata nel 2004, nella quale confessava di aver ricevuto una tangente da alti funzionari del primo governo Uribe in cambio di un voto per l’approvazione di una riforma della Costituzione che potesse permettere ad Uribe di ricandidarsi alle successive elezioni presidenziali. Il risultato fu che la riforma passò ed Alvaro Uribe, nel 2006, fu confermato presidente della Repubblica.
Secondo quanto pubblicato dal quotidiano El Tiempo, tra gli indagati ci sarebbe anche l’ambasciatore colombiano in Italia, Sabas Pretelt, il quale ha già dichiarato che non intende dimettersi.

2 luglio 2008 - Aereoporto militare di Catam - Alcuni dei militari liberati, durante la prima conferenza stampa. (Foto: Juan Felipe Barriga - SP)
La Corte Suprema di Giustizia, massimo organo giudiziario, dopo aver condannato Yidis Medina a tre anni e sette mesi di reclusione, ha ordinato la revisione dell’iter che ha portato alla riforma costituzionale per accertare eventuali reati commessi.
Anche in questo caso, però, Alvaro Uribe non ci sta e, dopo aver accusato la Suprema Corte di non essere imparziale, ha chiesto al Congresso di convocare un referendum consultivo per ripetere le elezioni del 2006 e sottrarsi così a questo nuovo scandalo giudiziario.
Di fronte ad una crisi interna che ne sta minando la credibilità politica, il presidente Uribe tenta dunque di ripulire la propria immagine e, chissà, di ritrovare quel consenso popolare che possa permettergli una nuova riforma della Costituzione per garantirsi un terzo mandato. Per farlo, tira fuori dalla manica l’ennesimo asso, un colpo a sorpresa degno delle migliori sceneggiature di Holliwood, che porta i mezzi di informazione internazionali a dipingere Uribe come uno degli uomini di maggior successo del panorama politico internazionale, garante della democrazia e della libertà, che fa della lotta al terrorismo e al narcotraffico il baluardo della sua politica di governo. E lo scacco è matto.
Ma la verità purtroppo è, ancora una volta, ben lontana dalle immagini patinate di riviste e televisioni di mezzo mondo. Chissà se Ingrid Betancourt, la senatrice e candidata presidenziale rapita nel 2002 mentre provava a raggiungere gli angoli più remoti dell’impenetrabile “zona di distensione” nel sud della Colombia, controllata allora dalle FARC, avrà la forza ed il coraggio per andare oltre le posizioni e le tesi sostenute a caldo in questi primi giorni di libertà. Con il suo grande fascino mediatico, ne va delle sorti di un Paese e del suo popolo.
:: L'analisi ::
Ingrid en retorno
y Alvaro en eterno
desde London, Isaac Bigio enviado a Selvas.org
8 julio 2008

2 luglio 2008 - Club Militare di Bogotà - Il presidente Alvaro Uribe incontra davanti la stampa i neoliberati (Foto: César Carrión - SP)
Ingrid e incongruencias
El rescate de Ingrid Betancourt ha sido aplaudido por todos los gobiernos occidentales y ella ya se perfila como candidata al nobel de la paz o a la presidencia colombiana. Al margen de lo que uno pueda simpatizar o no con su drama, lo cierto es que su caso muestra ciertas inconsistencias de parte de todas las repúblicas que la reclaman como ciudadana.
En Francia ella fue recibida como héroe nacional pese a que ni ella ni sus padres nacieron allí y a que ella ha pasado la mayor parte de su vida residiendo en otras naciones. Sarkozy, presidente de Francia y de la UE, saluda su retorno a un país en el cual no ha querido vivir en las últimas dos décadas, al mismo tiempo que pide más firmeza en la ‘directiva del retorno’ con la cual se pretende poner en la cárcel (hasta por 18 meses) y expulsar a más de 8 millones de inmigrantes irregulares (muchos de ellos colombianos o que hayan nacido en países de la UE o hayan pasado en ésta un mayor porcentaje de sus vidas que Ingrid).
En vez de de dar el trato que hoy él le da a Ingrid al resto de sus compatriotas en la UE (los mismos que, a diferencia de la ex candidata presidencial colombiana, tributan y contribuyen a la economía y sociedad de ésta), él quiere darle a decenas o cientos de miles de ellos un poco del trato carcelario que Sarkozy acusa a las FARC de haberle propinado a Ingrid.
En Colombia Uribe no piensa utilizar el episodio para ir dando más democracia o derechos humanos, sino para buscar una nueva re-elección con el cual corre el riesgo de seguir el sendero de Fujimori. Esto último podría conducir a la derrota militar de las FARC pero a costa de generar una semi-autocracia que podría acabar como el resto de presidentes latinoamericanos de derecha que se han re-elegido dos o más veces: depuestos por levantamientos sociales o militares.
La versión oficial del gobierno es que esta vez un rescate (a diferencia del 2001 o del 2007 donde murieron una ex ministra u 11 diputados) fue pacífico. Uribe rechaza el reporte de importantes medios francófonos quienes afirman que se pagó una fortuna a varios guerrilleros. Empero, una burla tipo film de Holywood a la guerrilla más antigua y experimentada que hay (Tirofijo estuvo 6 décadas en el monte) solo puede mostrar una extrema crisis o que la liberación de Ingrid se haya dado mediante un acuerdo con un ala de las FARC (tal vez para debilitar a otra o bajo lazos con Chávez quien acababa de pedir una liberación ‘a cambio de nada’).
Tal vez haya quienes nos cuestionen por ser tan cuestionadores. Empero, el triunfalismo lleva a la ceguera y ésta puede acabar aconsejando a Uribe a que entre a un tercer mandato con lo cual él subiría hasta el cielo para luego poderse desplomarse hacia un abismo.
91%
Este es el porcentaje de aprobación que hoy tiene el presidente colombiano según un sondeo publicado en el principal diario crítico a éste (El Espectador). Ningún otro mandatario en Occidente goza de tal apoyo, el cual también puede ser único en la historia colombiana.
A las izquierdas y derechas ello puede marearles. Para los ‘socialistas’ los gobiernos más populares deberían ser aquellos que redistribuyan la riqueza y aminoren la brecha social, pero Uribe hace lo opuesto y por eso -según ellos- él es quien aplica las medidas más ‘anti-populares’. La fuerza de Uribe no radica en los programas sociales tipo Chávez, sino en que ofrece orden y acabar con una guerra interna de seis décadas.
Derechistas de otras naciones quisiesen emular a Uribe pero carecen del ‘mal’ que precisamente a él le ha hecho tanto ‘bien’ (una longeva subversión ante la cual proponer mano dura). Millones de uribistas firman planillones para que su líder sea electo, aunque si ello se da a la larga esto podría acabar con él.
Tal vez no hay ningún presidente de EEUU que haya caído tanto como Bush (de haber bordeado el 80% de popularidad cuando invadió Afganistán a estar hoy debajo del 30%). Si Uribe no deja la ‘altanería’ y de buscar perpetrarse en el poder hay el riesgo que él empiece a ir cayendo desde el 91% a menos del 19%.
Churchill y Attlee
No hace mucho millones de británicos votaron para ver quien ha sido el compatriota suyo más grande de todos los tiempos. Winston Churchill ganó. El fue el premier del Reino Unido (1940-45) que logró que su país no fuese invadido por Hitler y que luego le derrotase. Empero, cuando los nazis agonizaban el electorado prefirió votar por los laboristas y Clement Attlee le remplazó en el poder de 1945 a 1951.
Algunos podrían pensar que el pueblo fue ingrato con él, pero lo cierto es que cuando se venía la paz la gente prefirió un nuevo gobierno que ya no sea uno tan experto en ganar guerras sino en la reconstrucción y en hacer ésta aminorando la miseria y la polarización social que se había ampliado durante el conflicto.
Uribe quisiera pasar a ocupar en la historia colombiana el papel del Churchill quien derrotó no a un enemigo externo fascista sino a uno interno ‘comunista’. Empero, él también podría tener su propio Attlee quien postulase que tras tanta violencia Colombia debería dejar de ser uno de los países más desiguales y militarizados de la región.
:: L'analisi ::
Colombia rimane sequestrata
Martin E. Iglesias - Selvas.org
9 julio 2008

2 luglio 2008 - Aereoporto Militare di Catam - Ingrid Betancourt, subito dopo l'incontro con la madre, si prepara per la prima conferenza stampa (Foto: Juan Felipe Barriga - SP)
Il due luglio quindici persone tornano in libertà dopo una prigionia pluriennale tra le foreste della Colombia per mano delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Anche per la nazione latinoamericana, nonostante il mezzo secolo di conflitto interno e la triste e lunga lista delle barbarie delle quali è stata costretta a non provare stupore, questa liberazione è sicuramente una novità, e inoltre motivo di speranza per quanti confidano in una risoluzione del conflitto. Ingrid Betancourt, la quarantaseienne, ex candidata presidenziale (anche se allora senza alcuna chance plausibile di elezione) e “figlia d’arte” della upperclass della capitale Bogotà, è stata sicuramente la stella polare di questa eccezionale liberazione e gli viene riconosciuto il motivo e il merito di questa grande attenzione da parte dei media internazionali.
La dinamica della liberazione, che attribuisce all’esercito colombiano il merito dell’operazione, è ancora poco chiara: il vero si confonde con il faceto e il veleno si confonde con la cronaca in una girandola di dichiarazioni, spesso non ufficiali, in un gioco di specchi che confonde e stanca, è la prova innanzitutto, della mancanza di informazione. Abbiamo dovuto accettare le dichiarazioni ufficiali dei rapporti militari, che fin dall’inizio non brillavano di linearità e soprattutto non davano una risposta adeguata alla prima inquietudine che sopraffà l’osservatore, passata ovviamente la naturale gioia iniziale. Cosa ci facessero insieme tanti sequestrati eccellenti, se non per essere liberati o scambiati dalla guerriglia? Questa è sicuramente l’evidenza più logica che il buon senso suggerisce. Considerato che anche la scelta dei prigionieri da liberare, sebbene sembri cinico, sembri rispondere a esigenze politiche nazionali e internazionali. Innanzitutto la liberazione maggiormente richiesta dall’opinione pubblica mondiale, la classe politica e la cosiddetta società civile, ossia la ex candidata franco-colombiana che dopo l’apparizione in video dello scorso autunno a cinque anni dal suo sequestro è diventata suo malgrado simbolo della crudeltà della pratica del sequestro. Altro che simbolico, invece, è la liberazione dei tre mercenari del Ministero della Difesa statunitense, impiegati da aziende private con obiettivi di una guerra ufficialmente mai dichiarata, tanto cari all’amministrazione USA nonostante durante le prime ore del sequestro di cinque anni fa ne confutasse addirittura l’esistenza sul suolo colombiano. Infine, dopo ben dieci anni di prigionia guadagnano la libertà undici, tra ufficiali e graduati dell’esercito colombiano, in quella che avrebbe potuto essere un ipotetico scambio di prigionieri tra forze belligeranti.
La Colombia è in guerra e la verità, neanche a dirlo, è la prima vittima. Formalmente la Colombia è una nazione dove sono vigenti le regole sociali del diritto e della democrazia. Ma se anche le cancellerie internazionali continuano a disconoscere questo conflitto armato che perdura da mezzo secolo, non possiamo sopportare di dover chiudere gli occhi ad alcune gravissime evidenze. In Colombia permane la più grande e longeva forza rivoluzionaria armata del continente, le FARC, autodefinitesi Esercito Popolare, che nonostante la scomparsa dei leader guerriglieri storici e i numerosi arresti eccellenti degli ultimi mesi, controlla presumibilmente circa un terzo del territorio nazionale. Nonostante gli Stati Uniti e la Comunità Europea classifichino le FARC, ma anche l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e i paramilitari delle AUC come terroristi, non possiamo accettare che l‘unico conflitto armato continentale sia onsiderato un problema di sicurezza interno colombiano. Sono molte, infatti, le opinioni autorevoli che chiedono a gran voce, da molto tempo, di applicare il Diritto Internazionale Umanitario per tentare un accordo al pluridecennale conflitto. Con oltre il 3,3% di spesa del prodotto interno lordo destinata agli armamenti la Colombia si porta in cima alla specifica lista del continente latino in competizione solo con il Cile e il Brasile. Il cosiddetto Plan Colombia, creato dai democratici statunitensi e sostenuto dai repubblicani, trasforma dal 2000 la nazione andina nel terzo Paese beneficiario di aiuti militari e economici USA nel mondo. La guerra alle droghe, però incassa proprio qui, oltre che in Afghanistan, la sua peggiore sconfitta: infatti la produzione di foglia di coca è aumentata nel 2007 del 27 percento, nonostante lo sforzo bellico imponente. Altro dato inconfutabile sono i quasi 4 milioni di sfollati interni, quasi il 10% della popolazione, a causa della violenza e dell’esproprio dei campi coltivati da parte di gruppi paramilitari che non disdegnano il massacro come moneta di scambio con la popolazione contadina.

4 Luglio 2008 - Il 56° compleanno di Alvaro Uribe festeggiato presso l'aereoporto Militare di Catam
L'informazione sotto assedio
Cifre di una simile crisi umanitaria si possono paragonare solo con alcuni Stati centroafricani. E la crisi regionale che questa nazione rischia di innestare nel continente non è certamente un ipotesi irrealistica. Solo l’ultima grande crisi diplomatica si è consumata con l’incursione di truppe armate colombiane, aereotrasportate in territorio ecuadoriano, con il supporto logistico e tecnologico statunitense, per ammazzare Raul Reyes, riconosciuto come il numero due delle FARC. E poi il governo dell’attuale preidente Uribe, che ha istituzionalizzato la delazione anonima, la militarizzazione delle campagne, il piano di reinserimento nella società dei paramilitari delle AUC (Autodifesa Unita di Colombia) con un condono generalizzato delle massime pene anche per crimini come il massacro e la strage. E ancora, la recentissima estradizione negli Stati Uniti della cupola politico/militare dei paramilitari proprio quando sempre più scottanti si mostravano le informazioni e le prove di un rapporto costante tra i signori della droga con rappresentanti del governo e del parlamento colombiano. Ma anche le intimidazioni dirette a giornalisti troppo audaci che il presidente Uribe non riusciva a trattenere, puntando spesso il dito inquisitore anche contro difensori dei diritti umani e associazioni internazionali. L’esilio e l’autocensura dei giornalisti e dell’informazione in Colombia è la risposta obbligatoria di molti comunicatori perseguitati e minacciati dalla guerriglia, dai paramilitari, dai narcotrafficanti e dallo stesso governo. E spesso queste minacce proseguono anche all’estero, dove la corruzione e il business delle armi e della droga viene supportato dalle mafie internazionali, ma molto italiane, che difendono i loro interessi in Colombia.
La liberazione di Ingrid Betancourt ha dato modo di parlare, ma non certo abbastanza, dei tanti che continuano a rimanere nella condizione di prigionieri. E i dati sono terribili. Dei circa 3.500 sequestrati ufficiali (e nelle cifre non sono sicuramente inclusi tutti i militari prigionieri tra le diverse fazioni) molti sono piccoli commercianti o rappresentanti di aziende del settore energetico e imprese di opere pubbliche, e per loro non ci sarà nessuna foto appesa sugli edifici pubblici europei, ne appelli internazionali. Come non daranno cittadinanze onorarie agli oltre 15.000 attuali desaparecidos o le probabili 20.000 vittime di violenza sotterrate in fosse comuni. I colombiani tutti, rimangono ostaggio dell’oblio che come un vero muro di omertà internazionale colpisce chi dovrebbe fare informazione e chi dovrebbe difenderla: ad ogni colombiano gli è stato cucito addosso un vestito magico che lo rende invisibile e che rende invisibili le sue ragioni.
Non ci sarà nessuna “perfetta operazione militare” - come quella che ha liberato i quindici ostaggi - che toglierà il bavaglio della superficialità e della banalità all’informazione internazionale, oppure che strapperà la benda dagli occhi delle redazioni che scelgono di utilizzare solo notizie ufficiali e di agenzia, o che aiuterà a fare luce su di un conflitto che in tanti anni non ha risolto le diseguaglianze, la corruzione e lo sfruttamento, ma che anzi offre una copertura emergenziale costante, e un riparo ai poteri corrotti e i loro, ma anche nostri - come italiani -, affari sporchi.
:: L'analisi ::
Un Show carisimo
dal Guatemala Miguel Ángel Sandoval per Selvas.org
5 julio 2008

2 luglio 2008 - Aereoporto Militare di Catam - Il gruppo dei 15 riscattati si prepara per la prima conferenza stampa (Foto: Juan Felipe Barriga - SP)
Conforme pasan las horas el show de la liberación de los rehenes en poder de las FARC comienza a desbaratarse. Ahora resulta que era una operación pactada con el gobierno francés y el suizo, que hubo de por medio unos 20 millones de dólares, y que en el operativo participaron los gringos proporcionando inteligencia y tecnología, así como israelíes que aportaron expertice, tecnología y eventualmente cuadros. En suma, una operación multinacional, pagada a precio de oro molido, para que Uribe hiciera el show mediático del año.
Aunque también se tienen ya dudas crecientes sobre la coincidencia entre el operativo y la visita de MacCain, lo cual nos estaría llevando a pensar que los rehenes colombianos votan en las elecciones de Estados Unidos. En verdad es algo que entra en el ámbito de la política ficción. Lo cierto del caso es que todo apunta hacia un proceso de negociación de la liberación de los rehenes por parte de las FARC y los gobiernos de Francia y Suiza, interceptado por el gobierno colombiano.
Lo que habría que denunciar, llegado el caso y si efectivamente se verifica, es que se trató de una operación terrorista desde el gobierno de Uribe, de la cual no tardan en aparecer los muertos que se metieron al closet, y por supuesto, nada que valga la pena festejar. Salvo por supuesto, que una docena de rehenes estén sanos y salvos (en verdad muy sanos) entre su familia y con la posibilidad de reiniciar sus actividades. Lo demás es parte de la anécdota, de la historia y de los cuentos chinos o de camino como se dice.
El punto que deberá ser motivo de preocupaciones a partir de ahora, es la búsqueda de una formula política, que de las suficientes garantías para la misma, pues me parecería raro que la dirigencia de las FARC se hiciera presente a una conversación si supiera que en el camino, extraterrestres no identificados, podrían secuestrarlos o tirarles un paquete de bombas inteligentes. Es sin duda un escenario complicado y absolutamente alejado del triunfalismo del gobierno colombiano.
El proceso de negociación política apenas inicia y el mismo deberá ser sumamente cuidadoso si quiere resultados antes que un escalamiento del conflicto armado en ese país hermano. Pues a pesar de todo lo que se diga en estos días en los medios de comunicación, los problemas de fondo del país no desaparecen con un show mediático por caro que el mismo haya sido.
Es cierto que este año no ha sido bueno para las FARC. Masacraron a Raúl Reyes, falleció Marulanda, hubo un par de deserciones y ahora un show a sus costillas. Y lo que es obvio es que no tienen la iniciativa política, pero quienes conocemos de estos procesos, sabemos que la iniciativa se recupera al menor error del adversario. El tema de fondo, sin embargo, es que la guerrilla esta ahí, y parafraseando el multicitado cuento de Augusto Monterroso, podría decir, “cuando Uribe despertó las FARC estaban ahí”.
:: L'analisi ::
Dopo lo scoop, ritorno alla routine di guerra?
dal Venezuela Tito pulsinelli Selvas.org

7 luglio 2008 - Álvaro Uribe Vélez e il Presidente della Corte Suprema di Giustizia, Francisco Javier Ricaurte, anno partecipato ad un incontro con il Cardinale Primate di Colombia, Pedro Rubiano, nel palazzo arcivescovile.
Dopo una settimana, dei 15 prigionieri usciti vivi dalla selva colombiana, 11 di loro sono già rientrati dietro il sipario. Dei tre mercenari nordamericani è scomodo occupersene, quindi sono già ignorati. I riflettori continuano ad essere sempre più puntati sull'unica donna, promossa all'unanimità a vedettes mediatica, e se la contendono re, presidenti, papi e cardinali, giuria del Premio Nobel ecc
Gli 11 sottufficiali della polizia e dell'esercito sono tornati ai loro quartieri popolari, nella provincia o nelle periferie urbane. Sono stati fortunati a far parte del gruppo dei 3 mercenari e dell'alta esponente della buona società colombiana. Ma per loro il tempo è scaduto, la scena ora appartiene interamente ad un'altra.
Anche nella disgrazia, si ripropone e si riproducono le differenze sociali, cioè il potere delle relazioni e della proprietà. Per Ingrid Betancourt si sono mossi governi, magnati della comunicazione e partiti dei due mondi, ma per il profesor Moncayo -conosciuto come il "Camminante della pace"- non c'è stata la stessa eco, nè una solidarietà lontanamente paragonabile.
Per riavere suo figlio -appuntato della polizia- il "camminate della pace" continua la sua marcia, contando sulla solidarietà degli umili, ignorato da re, presidenti, papi, cardinali, intellettuali catodici e magnati mediatici.
Appena liberata, la Betancourt "in uniforme" ha evidenziato che non era contagiata da nessuna sindrome di Stoccolma, anzi. E' stata grande la disillusione nel sentire che non vede negativamente una terza rielezione di Uribe, e persino che appoggia riscatti militari a mano armata. Sono davvero lontani i tempi della sua campagna presidenziale nel suo partito Verde-Ossigeno, e gli sforzi per aprire nuove prospettive nel blindato sistema politico colombiano. E' decisamente un'altra persona, lontana anni luce da quella che dichiarò che il senato da cui si dimise era un "nido de ratas".
La FARC deve liberare tutti gli ostaggi perchè -da Guernica in poi- non è ammissibile che l'azione militare abbia per obiettivo la vita e la libertà dei civili. Se raccogliessero questa esigenza che proviene anche dai settori attigui, questo non significherebbe affatto la fine del conflitto interno. Accetteranno Uribe e Santos la normativa dell'ONU che regola la risoluzione dei conflitti interni? Ammetteranno quella prassi che ha funzionato nel Salvador e in Guatemala?
In questa direzione, la proposta del Venezuela di riconoscere la FARC come "forza belligerante" è stata lasciata cadere nel vuoto, anche dai governi sudamericani affini. Questo non è un buon segnale.
E' impensabile che la FARC smobiliti ed accolga un'amnistia o che se ne vadano tutti in Francia, a rinforzare le fila dei "sans papier". In un recente passato, la guerriglia depose le armi, ma pagò con 5000 morti il ritorno alla vita civile e la fondazione del Partito Unità Patriottica. Nessuno crede possibile che si piegheranno ad una riedizione riveduta e corretta del medesimo spartito, cioè la marcia funebre. Preferiranno perdere combattendo.
Sarà decisiva la pressione internazionale sul governo di Bogotà, volta a garantire le condizioni minime e la fiducia per un passaggio effettivo verso la pacificazione. Finora, Uribe ha sempre ostentato un linguaggio bellicoso e la sua opzione preferenziale per lo sterminio.
Nessun governo latinoamericano, però, definisce la FARC come organizzazione terrorista.
Le prime dichiarazioni della Betancourt hanno lasciato la convinzione che si è adeguata alla visione riduttiva e manichea, prevalente nel settore sociale da cui proviene.
Impoone condizioni solo alla FARC, e non punta il dito contro le complicità di Uribe con i narcotrafficanti e i paramilitares, non menziona la violazione dei diritti umani ad opera delle forze armate.
Tra qualche settimana, la vociferazione mediatica internazionale -dopo aver incassato e speso il ritorno a casa dell'ex ostaggio eccellente- si placherà, allo stesso modo di come ha già evaporato gli 11 sottufficiali dei ceti bassi. Sulla situazione colombiana tornerà a calare la cortina del silenzio e i media europei preferiranno l'abbaglio di identificare un Paese con la sponsorizzazione di una -sì una- delle vittime.
Nel suo giro internazionale, si spera che la Betancourt completi la sua visione troppo parziale e risentita, e quando sarà a Buenos Aires, in Brasile e in Cile, si renda conto che la Colombia è sempre più percepita come un "problema regionale".
La pace è possibile se l'assetto politico interno cambia, dando un taglio drastico al narcotraffico: l'ONU dice che i terreni adibiti alla coca sono aumentati al 27%. La pace significherebbe dimezzare le spese militari e portarle al 2-2,5%, come la maggior parte dei vicini sudamericani. E ridurre un esercito che ha più soldati di quello del Brasile, nonostante la Colombia abbia meno della metà dei suoi abitanti.
E' da qui che bisogna partire, anche se non garba e non conviene agli interessi degli Stati Uniti e del blocco dominante interno, afferrati al continuismo e all'immutabilità.
Gli autori di questo speciale
Tancredi Tarantino, ricercatore indipendente, giornalista e cooperante, dal 2003 è impegnato nella regione andina in progetti di cooperazione allo sviluppo; ha pubblicato numerose cronache dal latinoamerica per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org e per numerose testate latinoamericane,.
Isaac Bigio, analista peruano de politica internacional, ha obtenido grados y postgrados en historia y polìtica econòmica en la London School of Economics, donde tambièn ha enseñado. Premio Dillons (Waterstone) a la excelencia. Escribe para unos 200 medios.
Martin E. Iglesias giornalista e ricercatore delle dinamiche sociopolitiche latinoamericane, è presidente e coordinatore volontario, tra i fondatori dell'Associazione Culturale SELVAS.org.
Miguel Ángel Sandoval.Trabaja con el Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos (CALDH), es participante en la Plataforma Agraria, columnista del diario elPeriódico de Guatemala y varios otros en Latinoamerica, activista político y analista, fue candidato de la Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca a la presidencia de Guatemala. Cofundador del Ejército Guerrillero de los Pobres, una de las cuatro organizaciones que integraron URNG. En 1987 participó como negociador de la paz. Es signatario de numerosos acuerdos en ese proceso.
Tito Pulsinelli. Analista geopolitico, ha pubblicato numerosi testi sulla realtà latinoamericana per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org e per numerose testate latinoamericane, coordina il blog giornaliero di Selvas.org http://selvasorg.blogspot.com
E-mail : redazione@selvas.org
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