La Corte Interamericana per i Diritti Umani condanna la Bolivia per la sparizione di José Carlos Trujillo Oroza e la obbliga a recuperare le spoglie dei desaparecidos
Il partito di maggioranza fa quadrato attorno all'ex presidente malato, ma non riesce ad annullare il mandato di cattura dell'Interpol
Niente estradizione
per Banzer.
Di Giovanna Vitrano

Alcune foto delle coraggiose "Madres de Plaza de Mayo" - Argentina
(da centroamericalatina@comune.pisa.it / www.madres.org)
SOMMARIO:
Banzer deve rispondere della scomparsa di 6 persone
Il Coordinamento del PLAN CONDOR made in CIA
ALCUNI DOCUMENTI dall'"Archivio del Terrore"
LETTERA DELLA MADRE AL FIGLIO SCOMPARSO
- "Chissa, che ti possa incontrare, figlio mio" (in spagnolo)
Bolivia - 12/03/2002
Condanna esemplare della Corte Interamenicana per il caso Trujillo, 21enne desaparecido nel 1972
Il fascicolo ha un suo numero di codice. L'ultimo foglio inserito riporta il protocollo DGAJ503/2001. Tradotto, è il salvacondotto firmato per Hugo Banzer Suarez. In questo documento, infatti, si legge che "non si può procedere alla richiesta (di estradizione, ndr) per vizi procedurali di sostanza e forma". Il documento è stato inviato lo scorso 7 marzo dal ministro del Governo Leopoldo Fernandez al comandante generale della polizia Walter Osinaga.
Il governo boliviano, in qualche modo, ha fatto quadrato intorno all'ex presidente della Repubblica, anche se non ha potuto impedire che il mandato di cattura internazionale, trasmesso all'Interpol dal Tribunale argentino - dietro richiesta del giudice federale Rodolfo Canicoba Corral - venisse annullato. In poche parole, finchè Banzer, accusato di sequestro e omicidio all'interno di quel folle piano denominato Plan Condor, resta in Bolivia nessuno potrà arrestarlo. Il mandato, infatti, è valido in qualunque altra parte del mondo.

(Foto di Hugo Banzer a Santa Cruz - http://www.eldiario.bo)
Questa risoluzione sembrerebbe accreditare le voci che nei giorni scorsi sussurravano di un accordo stipulato tra Quiroga e Banzer, accordo che prevedeva, in cambio della "salvezza in patria", l'assunzione del potere decisionale all'interno del partito di maggioranza, l'ADN, da parte di Jorge Quiroga, fino a ieri costretto a dipendere dalla volontà dell'ex leader.
Una spaccatura nel partito, a pochi mesi dalle elezioni generali, è comunque visibile dalle dichiarazioni rilasciate dai suoi vertici o, più concretamente, dalle dichiarazioni e dai silenzi. Tacciono infatti tutti i rappresentanti locali, parla solo il segretario dell'Esecutivo, Guillermo Fortun, che si lancia in una difesa a spada tratta del suo presidente, accusando Canicoba Corral -e quanti accusano Banzer- di manie di protagonismo.
Un verdetto inatteso
Ma proprio su questa linea difensiva piomba come un fulmine la decisione della Corte Interamericana dei Diritti Umani che lo scorso 9 marzo ha condannato lo stato boliviano per la sparizione di José Carlos Trujillo Oroza, avvenuta presumibilmente il 2 febbraio del 1972 a Santa Cruz. La Corte ha condannato la Repubblica a "restituire i resti del desaparecido, promulgare una legge contro la sparizione delle persone e a indennizzare la famiglia con 427mila dollari, oltre ad intestare una scuola alla vittima". Questo il verdetto del primo caso in cui la dittatura di Banzer viene condannata. Inoltre, si legge sempre nel verdetto, lo Stato è stato condannato ad effettuare le ricerche degli altri universitari scomparsi e processare e condannare i colpevoli.
Gladys Oroza, la madre del desaparecido, ha accolto il verdetto con serenità: " Non mi interessano i soldi, quello che chiedo sono i resti di mio figlio e che i colpevoli di questo delitto siano condannati". Pablo Solon Romero, il fratello minore di Josè Carlos, si esprime con molta cautela: "Dobbiamo stabilire chiaramente i punti di forza di questa sentenza. Per noi, il risarcimento economico è secondario. L'importante è che sia fatta giustizia, chiarire i fatti e condannare i colpevoli di questo delitto". Solon Romero ha ricordato che la Bolivia ha ammesso le sue responsabilità per la scomparsa di suo fratello, ma che non ha mai fatto nulla per restituirne le spoglie. "Quello che vogliamo sapere -continua Solon Romero- è come pensa lo Stato di fare giustizia". Come più volte dichiarato, la sua famiglia chiede che gli accusati (Antonio Guillermo Elio, ex sottosegretario agli Interni; Elias Moreno, funzionario della Direzione Investigativa Criminale; Percy Gonzales Monasterios, agente del dipartimento dell'Ordine Politico; Justo Sarmiento Alanis, agente dello stesso dipartimento e imputato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio di Trujillo Oroza) siano condannati secondo giustizia ordinaria.
Tutte le persone indicate sono state implicate nelle investigazioni effettuate dalla Corte Interamericana e riconosciuti come parti attive nella sparizione di Trujillo Oroza. Il Governo, al quale è stato chiesto un commento sulla sentenza, ha riconoscono che questa è una delle più severe condanne imposte dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani per un caso individuale ma, sottolinea l'Esecutivo, potrà esprimersi sopra questa condanna solo quando conoscerà ufficialmente il testo completo della condanna emessa dalla Corte, che è -lo ricordiamo- una entità dipendente dalla Organizzazione degli Stati Americani con sede a San Josè in Costa Rica. La Bolivia ha riconosciuto la competenza giuridica di questa Corte il 27 luglio del 1993. Nel gennaio del 2001, questa stessa Corte Internazionale aveva riconosciuto colpevole - per questo crimine- lo stato boliviano contro il quale ha proceduto per stabilire il risarcimento dei danni morali e materiali arrecati alla famiglia.

I fatti nel pieno "Plan Condor"
José Carlos Trujillo Oroza era un dirigente universitario arrestato mentre si trovava in vacanza a Santa Cruz de la Sierra il 23 dicembre del 1971. In quei giorni il governo aveva decretato la chiusura delle università del paese e aveva iniziato a perseguitare i rappresentanti degli studenti. Trujillo Oroza venne arrestato, come succedeva spesso in quei giorni, senza un mandato o una ragione plausibile e venne condotto nel carcere di El Pari. Il 15 gennaio, tre settimane dopo il suo arresto, la madre, Gladys Oroza, riuscì a parlare con il capo dell'Intelligence del Ministero dell'Interno, il colonnello Rafael Loayza, il quale le confermò la presenza di suo figlio al Pari. Ernesto Moran, capo della Polizia di Santa Cruz, autorizzò la signora Oroza a far visita al figlio e così, fino al primo febbraio successivo, Gladys Oroza poté incontrare ogni giorno Josè Carlos, costatando di persona come il giovane, allora 21enne, fosse chiaramente sottoposto a torture fisiche. Il 2 febbraio la signora Gladys potè vedere il figlio solo da lontano, attraverso la porta socchiusa della sua cella. Fu quella l'ultima volta che Gladys Oroza vide José Carlos. Preoccupata per il fatto che le fosse stato impedito di parlare con lui, lo stesso giorno chiese di essere ricevuta da Moreno, il quale le comunicò che il ragazzo era stato trasferito, con altri due detenuti (Carlos Lopez Adrian e Alfonso Toledo Rosales) alla centrale di Polizia per essere interrogato. L'indomani al El Pari non c'era traccia dei tre detenuti. Insieme con Beatriz de Toledo, moglie di uno dei due prigionieri, si rivolse alla centrale di Polizia dove Oscar Menacho, agente della Direzione dell'Ordine Politico, le informò che i tre erano stati trasferiti a Montero. Il vice-capo di questa ripartizione, Percy Gonzales Monasterio, assicurò loro che tutto si sarebbe risolto e che avrebbero dovuto avere fiducia nel suo superiore, Ernesto Morant. Un'altra versione dei fatti venne loro fornita dall'agente Justo Sarmiento Alanis che le informò del fatto che i detenuti erano stati espulsi dal paese, esiliati in Paraguay. Dietro loro richiesta, Morant mostrò un ordine di scarcerazione firmato dal sottosegretario degli Interni, Antonio Guillermo Elio, ma le due donne si accorsero che quel documento era falso, un tentativo di confonderle e disorientarle.
Le prime difficoltà di Banzer
Da quel momento Gladys Oroza non ha avuto più notizie del figlio. Quello che si è trovata davanti in tutti questi anni è stato primo una montagna di ostacoli, secondo l'indifferenza delle autorità di Stato di turno. Il 28 settembre del 1992 il caso venne denunciato alla Corte interamericana per i Diritti Umani.
Nel 1998, Hugo Banzer presidente della Bolivia, offrì alla famiglia Oroza un indennizzo di 40mila dollari ma precisò che erano state riscontrate "certe difficoltà per iniziare le ricerche manifestate dalla Fiscalia" e suggerì che tale ricerche venissero iniziate dalla madre. L'Esecutivo sostenne anche che il caso era caduto in prescrizione e che la famiglia non aveva mai presentato una denuncia formale, nemmeno dopo il 1982, quando la Bolivia era tornata al sistema democratico, e che sarebbe stato difficile recuperare il corpo di Trujillo.
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Il coordinamento del Plan Condor
Made in CIA
Nel Documento della Riunione di Intelligence sudamericana effettuata a santiago del Cile nel 1975 si legge: La sovversione è presente nel nostro continente. Gli infliltrati penetrano allinterno della vita nazionale. Per combattere questa guerra psicopolitica, dobbiamo poter contare su un efficace coordinamento che permetta linterscambio di informazioni e di esperienze.
Negli Archivi del Terrore, scoperti nel 1992 ad Asuncion Paraguay- si sta trovando davvero di tutto. Tra le cinque tonnellate di carta che compongono questi Archivi si legge persino che il 28 settembre del 1976 la Cia ha promosso lOperazione Condor come un meccanismo per combattere frontalmente contro la sinistra marxista. Per rendere esecutivo il Piano, la Cia e i governi partecipanti stabilirono tre fasi. Le prime due si riferivano allidentificazione e al pedinamento di politici, dirigenti e personaggi considerati sovversivi. La terza fase, considerata la più segreta, consisteva nella formazione di gruppi speciali dei paesi membri per difendersi da qualunque paese estraneo al piano e per realizzare azioni, incluso lassassinio, contro il terrorismo, come risulta dagli archivi della Cia.
PUOI SCARICARE ALCUNI DOCUMENTI DEL PLAN CONDOR
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Altri documenti e trascrizioni si possono vedere al sito dell'associazione Centro America Latina http://www.comune.pisa.it/centroamericalatina
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LETTERA DELLA MADRE
Chissà, che ti possa incontrare, figlio mio
(en español)

QUIZAS TE ENCUENTRE HIJO MIO
No es una historia que parece cuento, es la realidad que duele, la escribo para conmover a los autores de la detención y posterior desaparición de mi hijo JOSE CARLOS TRUJILLO OROZA acaecida en Santa Cruz en la carceleta del Pari en febrero de 1972. Quiero creer que quizás lo hicieron obligados por las circunstancias, por la necesidad de vivir, por "ganarse la vida". Estavez tengo la esperanza de que surja un humano arrepentimiento, y pueda tener una pista, un dato, una ligera esperanza para encontrar sus restos. Sólo pretendo saber qué fue de él y darle cristiana sepultura; resignación, tranquilidad y paz a mi espíritu de madre .
Era fines de diciembre de l97l, cuando me informaron que mi hijo de 20 años de edad había sido detenido junto a otros dos estudiantes amigos y se encontraban en la carceleta del Pari de la cuidad de Santa Cruz. Después de conseguir una autorización del Ministerio del Interior para poder verlo, me trasladé a ésa cuidad en enero de l972. Toda mujer que es madre podrá imaginar la angustia que me acompañó en ése largo viaje.
Después de mucha espera y gracias a la orden que llevé del Ministerio del Interior me permitieron verlo advirtiéndome que sólo podía estar con él cinco minutos y que no debía hacerle preguntas. Esta y nuestras posteriores entrevistas eran supervisadas por un agente de la Dirección de Orden Político (D.O.P.) de Santa Cruz.
Contuve el llanto cuando lo vi pálido y demacrado, aunque él trataba de animarme diciendo que estaba bien y que no me preocupara.
Un día en el que hacía mucho calor, lo encontré con la camisa sin abrocharse totalmente y pude observar tremendas cicatrices de heridas producidas probablemente por latigazos hechos con alambre. Lancé un gemido..., nos separaron y lo enviaron a su celda.
Ante tanto dolor e impotencia, frente a las torturas que infringieron a José Carlos, acudí a la Cruz Roja y en compañía de la Sra. Gisela Brun, su presidenta, visitamos el Pari. El Sr. Elías Moreno jefe de la carceleta del Pari nos indicó que los tres habían sido conducidos a la Central de la Policía para un nuevo interrogatorio y que esperáramos su retorno. En el transcurso de la espera la Sra. Brun y yo pudimos penetrar a la celda donde lo tenían a José Carlos. Estaba vacía, una taza de café y un pedazo de pan a medio consumir fue lo último que vi de la presencia de mi hijo. Después vanas esperanzas, versiones diversas y contradictorias de algunos agentes: "que los llevaron al cruce del camino con Cochabamba ordenándoles que abandonen la ciudad de Santa Cruz...", "que los llevaron al Paraguay en un avión". Finalmente Ernesto Morant, jefe de la D.O.P. de ésa entonces, me dijo que los habían puesto en libertad por órdenes superiores.
Volví a La Paz, con alguna esperanza pero intranquila. No encontré a José Carlos. Acudí a todos los medios para averiguar por su paradero, hice una denuncia en la prensa; escribí una carta abierta a Monseñor Maurer; visité a los representantes de "Justicia y Paz"; fui varias veces al Ministerio del Interior durante la gestión del Coronel Adett Zamora. Sólo me pude entrevistar con el Subsecretario Antonio Guillermo Elío, quién me insistió amenazadoramente que lo habían puesto en libertad, sin embargo, nunca más supe de él.
Han pasado 24 años y ni mi hijo José Carlos ni los dos estudiantes que lo acompañaban en su detención han vuelto a aparecer. No cabe la menor duda de que fueron asesinados.
Por ello, después de más de 24 años de espera y amargura, suplico a quienes sepan algo sobre este caso, me den alguna información para ayudarme a encontrarlo, quiero tener de él no sólo su recuerdo, sino su presencia en unos restos que no harán daño a nadie, pero darán paz y sosiego a mi alma. Un dato, un lugar, una pista hará más humanos a los seres con quienes convivimos.
Gladys Oroza de Solón Romero
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano.
E-mail: giovitrano@libero.it
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