:: Bolivia - maggio 2008 ::
"Il 24 maggio si è vissuto a Sucre un ennesimo capitolo della storia universale dell’infamia.
Un gruppo di campesinos tormentati da pugni e calci, obbligati a marciare seminudi, a inginocchiarsi, a baciare in terra, a baciare la bandiera della autonomia e a bruciare con le loro stesse mani le bandiere indigene..." Dalla Bolivia la denuncia e le riflessioni di un grande artista, un intellettuale turbato di aver vissuto la "pace della sottomissione, accettabile per chi non la subisce ma degradante per i sottomessi".
Sucre, capitale del razzismo
Dalla Bolivia, César Brie

Immagini tratte da uno dei video che ritraggono alcuni campesinos, indigeni, inginocchiati e denudati nell'attto di bruciare le loro bandiere tradizionali.
| :: César Brie:: |
César Brie è un attore e regista teatrale argentino.
Tra i fondatori negli anni settanta della Comuna Baires, fondatore nel 1975 del Collettivo teatrale Tupac Amaru presso il Centro Sociale Isola di Milano - Italia nel 1980 incontra Iben Nagel Rasmussen, con cui fonda il gruppo Farfa confrontandosi con l'esperienza dell'Odin Teatret e di Eugenio Barba.
Nel 1991 contribuisce alla nascita in Bolivia, con Naira Gonzales e Giampaolo Lalli, del Teatro de Los Andes: insieme alla comunità Yotala, in un piccolo paese vicino a Sucre, crea una struttura che produce spettacoli di ricerca. Attualmente il gruppo, oltre a produrre spettacoli in Europa, sta lavorando su una ricerca della memoria andina, ricollegandosi ai miti del luogo. |
Il 24 maggio si è vissuto a Sucre un ennesimo capitolo della storia universale dell’infamia.
Un gruppo di campesinos tormentati da pugni e calci, obbligati a marciare seminudi fino in piazza 25 Maggio, a inginocchiarsi di fronte alla Casa de la Libertad, a baciare in terra, a baciare la bandiera della autonomia, a cantare l’inno di Chuquisaca e a bruciare con le loro stesse mani le whipalas (le bandiere tradizionali degli indigeni, ndt).
Immagini filmate che tutti possono vedere in internet
Non ho avuto la freddezza per nascondermi e continuare a filmare i responsabili, la maggior parte con il volto nascosto da passamontagna. Ho riconosciuto uno di questi esaltati, che dopo aver infierito sui campesinos è andato a stingere le mani a personaggi del municipio che osservavano dall’ingresso e che poi è andato via a cavallo di una moto che aveva parcheggiato proprio là.
Molte persone, testimoni delle vessazioni, hanno alzato la voce chiedendo di non colpire i campesinos: “Non colpiteli, se no dicono che siamo razzisti”. Come se il razzismo dipendesse dal segno inflitto e non dal sequestro, dalle umiliazioni ricevute.
Il giorno dopo ho intervistato i campesinos che sono stati tenuti in ostaggio nella piazza, e altre vittime di maltrattamenti avvenuti in differenti posti di Sucre. Ho filmato il racconto atroce di quello che hanno subito, i segni e le ferite provocati dalle aggressioni. Ho saputo di due violenze dalla voce di un testimone oculare, un fatto reso ancor più grave dalla decisione delle donne di non denunciare nessuno “per non disonorare i mariti”.
Ho filmato le pietrate, i calci nelle porte, i vetri rotti e i candelotti di dinamite lanciati all’interno della casa di Wilber Flores, il deputato del MAS che il 10 aprile scorso è stato inseguito dentro il Municipio, percosso e torturato dentro l’albergo in cui aveva cercato rifugio. Flores era all’Abra al momento dell’attacco a casa sua, dove la moglie e la figlia sono dovute fuggire dal tetto per non essere linciate.
La rete televisiva Gigavision ha mostrato ai boliviani Fidel Herrera (uno dei membri del Comité Interinstitucional) che applaudiva la folla che derideva i campesinos. Poi questo signore ha chiesto scusa (di avere organizzato la cosa, di averla applaudita o per entrambe le cose?) e sulla "última hora" del 26 maggio si è schermito dichiarando che tutta questa aggressione era stata messa in atto da infiltrati del governo. Questa ultima versione dei fatti è stata raccolta dal "Correo del Sur", periodico che punta completamente sulle opinioni della destra politica e che merita il graffito scritto su un muro di Sucre:”I muri taceranno quando la stampa dirà la verità”.
Che il Comité accusi, in questo caso, il governo per i fatti di violenza che ha annunciato e scatenato è ridicolo. Dallo scorso novembre Sucre è governata di fatto dal Comité Interinstitucional i cui rappresentanti (la maggior parte dei politici sono usciti sconfitti dalle urne) decidono tutto nella nostra città. Molti di noi, che non siamo simpatizzanti del Comité né membri del MAS, abbiamo scelto in questi mesi di lavorare in silenzio per evitare che le nostre opinioni critiche potessero finire con un’aggressione contro noi stessi o contro le nostre famiglie e case. Ma l’infamia del 24 maggio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso che era ora non solo di comunicare attraverso internet le nostre impressioni, ma anche di gridarle, rischiando di essere linciati da una di queste bande fasciste che il Comité Interinstitucional promuove. Noi manifestiamo per la pace e per il dialogo, in tutte le forme possibili, e saremo noi i giornalisti che raccoglieranno le testimonianze che la stampa di Sucre, con rare eccezioni, non vuole raccogliere. La nostra città deve tornare a essere sufficientemente grande per ospitare opinioni differenti che si dispongano in modo democratico, con il voto dei cittadini con le loro differenze.
Altre considerazioni

Il governo non si è dato da fare per tenere nei confronti di Sucre un atteggiamento coerente. I sucrensi, di ogni quartiere, sperano dal Presidente della Repubblica almeno un pensiero per i morti, e lo perdonano per avere escluso dalla Assemblea Costituente il tema della Capitale.
Chi scrive è convinto che il tema della Capitale è stato introdotto nella Assemblea solo per poterla bloccare. Questo non vuol dire che questo tema non debba essere discusso, approfondito e finalmente votato.
Se la votazione fosse stata contraria alle aspirazioni di Sucre, suppongo che questa sarebbe stata la scusa per bloccare l’Assemblea.
Il gioco di illusionismo con cui si è ingannato il popolo di Sucre si rintraccia nel fatto di aver dato un carattere politico a una rivendicazione storica. La Paz è diventata sede del governo grazie alla forza delle armi e Sucre oggi ha due possibilità: o risolvere la questione attraverso un referendum nazionale oppure ricorrere alla forza.
Per questo il motto del Comité e degli esaltati “Non un passo indietro” è un motto suicida, che non può portare a nulla, però molto coinvolgente.
Il governo non ha compreso che il fascismo, per trionfare, deve diventare popolare. Il fertilizzante per far crescere i gruppi fascisti è sempre stata la classe media. Gli errori del governo e la sua poca vocazione democratica hanno fatto molto per la resa in popolarità di questo fascismo.
Oggi Sucre ha i muri pieni di segni politici opposti, e tra queste la Falange, data per sepolta dopo la morte di Unzaga de la Vega.
Non bisogna dimenticare che il razzismo non è mai scomparso da Sucre.
È sopravvissuto celato dalle buone maniere e da un po’ di ipocrita vernice culturale. Nei Caffè della piazza di Sucre, e tutto intorno, gli indios non entrano, e se lo facessero sarebbero stati invitati ad andarsene. Con il trionfo di Evo Morales e la messa in atto dell’Assemblea la classe media ha cominciato a rassegnarsi alla convivenza con gli indigeni, ma il peso dei fatti che sono successi a novembre ha cambiato lo stato delle cose fino a che l’aggressione del 24 maggio non ha fatto precipitare nelle umilianti punizioni tipiche dei tempi coloniali. Chi ha maltrattato gli indigeni il 24 maggio non ha affatto la pelle scura, parlano un po’ di quechua ma vestono in modo diverso. Questo è un assioma del razzismo: somigliare abbastanza all’oggetto del proprio odio e per tanto infierire sull’altro per ignorare la parte di sé che gli somiglia.
La Prefettura di Chuquisaca è stata conquistata dal MAS con i voti della campagna, visto che la città votava per la maggior parte per la destra. Ma la sede della Prefettura è nella città di Sucre, e la classe media di Sucre è risultata intollerante di fronte al fatto che il partito “dell’indio” li governava. Un intellettuale mi ha detto in nella piazza che la colpa di tutto questo era “di questo indio risentito che ci governa. Prima vivevamo in pace”.
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Penso che la pace nella quale questo intellettuale ha vissuto tutta la sua vita era in realtà la pace della sottomissione, ideale per chi si sottomette, accettabile per chi non la subisce e se ne beneficia indirettamente (la classe media), ma atroce e degradante per i sottomessi, gli indigeni.
(Se queste opinioni dovessero provocare rabbia, chiedo ai possibili aggressori di infierire direttamente sull’interessato, e non con il Teatro che dirigo né con la mia famiglia, che non sono responsabili anche se condividono le mie opinioni)
El racismo trata de romper la Patria
Ma. Bolivia Rothe*
*Médica Boliviana, especialista en Salud Pública.
Jefa Nacional de Epidemiología del
Ministerio de Salud y Deportes
La Paz, 30 de Mayo de 2008
Racismo es una actitud de desprecio hacia un semejante, solamente porque piensa diferente que uno, tiene un color de piel diferente que la de uno o simplemente, porque no se parece a uno. El racismo es hijo del odio y bastardo de la intolerancia; en nombre del racismo la humanidad ha cometido los más grandes crímenes, no olvidemos lo que pasó en la Alemania de Hitler o en el Apartheid de Sud África.
Pero una cosa había sido leerlo en los libros o verlo en las películas y otra, muy diferente, sentirlo en carne propia, en tu gente, en tu pueblo, en tu tierra. El sentido de pertenencia y la carga afectiva que esto representa, parece que hacen las cosas mucho mas intolerables, porque hoy estoy rota y lo estoy, desde el 24 de mayo, pero creo que no solo yo, sino todos los bolivianos y bolivianas nos hemos empezado a partir, a romper desde hace mucho tiempo ya. Desde el momento que unos cuantos han decidido que no les gusta que Bolivia sea el país de todos y no solamente de unos cuantos y entonces, como los muchos no son reconocidos por los pocos, estos poquísimos deciden atacar lo que no entienden ni conocen, intentando romper en mil pedazos la Patria, queriendo hacernos creer ahora que esta maravillosa tierra no es más que un conglomerado de pequeñas patrias, diseñadas al antojo de unos cuantos, que movidos por los intereses personales y por supuesto, económicos, apoyados por la nación más separatista del mundo como es Norteamérica, pretenden deshacernos y convertirnos en una entelequia, en tan solo una idea.

Dicen que uno solo ama lo que conoce. Que bueno sería que estos poquísimos empiecen a enterarse que es Bolivia para que empiecen a amarla con todo lo que ella representa; lo que ahora pasa es que estos pocos solo conocen lo que les han enseñado en tantos años de coloniaje mental, no lo que es la Patria en realidad; por lo tanto, ignoran la realidad y presas de su ignorancia, actúan.
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:: La Costituzione boliviana ::
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Sin embargo, Bolivia es mucho más que rostros diversos o apellidos diversos; Bolivia es mucho más que pozos petrolíferos o gasíferos; Bolivia es la cuna de la Libertad de América; aquí, en Bolivia, se iniciaron los grandes movimientos, que en la época del coloniaje e independencia y en la época actual, han dado lugar a los cambios estructurales en Latinoamérica. Este pedazo de América cobriza, quechua, aymara, chiquitana, guaraní, este millón y algo más de kilómetros cuadrados de tierras fértiles, de llanos profundos, de valles siempre verdes y nieves eternas, no es el producto de la cabeza de Bolívar, quién la llamó su hija predilecta. Bolivia es mucho mas: Es la sangre de sus hijos muertos en la Guerra de la Independencia y durante la campaña del Acre y del Chaco; es la lucha por días mejores para mujeres e indios en la Revolución Nacional de 1952; es la lucha de más de 20 años de dictaduras sangrientas donde mujeres y hombres ofrendaron sus vidas, perdieron a los que más amaban, para hacer de esta una Patria libre y digna, recuperando la democracia. Bolivia es el grito nostálgico de la quena y la dulzura de un charango; los ojos grandes de los niños y niñas descalzos del altiplano y el valle, panzones por desnutridos y parasitados; es la Patria de millones de mujeres valerosas que en la Guerra del Gas supieron que tenían una cita con la historia y valientemente, la cumplieron, aunque se les haya ido en la batalla algún hijo, algún hombre. Y Bolivia también es Sucre, es la Casa de la Libertad; es la Asamblea Constituyente donde doscientos cincuenta y cinco hombres y mujeres, de todas las clases sociales y de todas las tendencias políticas, soñaron e hicieron realidad el texto de una nueva Carta Magna que nos refleje a todos y refleje nuestra historia.
Bolivia no es, no ha sido nunca y no será jamás la tierra del separatismo y la violencia; la Patria de la desunión y la ruptura; el territorio de la desolación y la guerra; Bolivia es un país de paz, no de guerra; Bolivia, mi Patria, es un territorio libre, por decisión y determinación propia; porque se ha luchado muchos años para llegar a esta nueva aurora donde Bolivia, por fin es un país incluyente, donde todas y todas tienen cabida, son dignos y soberanos, tienen voz y voto y tienen responsabilidad en la construcción conjunta de una Patria fecunda; y esto se logró por el voto también libre y soberano de más de la mitad de la población que tomo el camino de la libertad y de la democracia.
Hacia allí vamos ahora, sin prisa pero sin pausa, aunque aquellos pocos que aún no han entendido que se acabó al era del pongueaje, de la esclavitud y la servidumbre, insistan por todos los medios posibles en destrozarnos utilizando el racismo y el desprecio como armas. Aunque sigan haciendo atrocidades, aunque, amparados en sus padrinos separatistas intenten hacer creer al mundo que lo que hacen es lo correcto, el mundo entero sabe que son solamente los últimos estertores de una casta decadente y deforme que no se resigna aún a comprender que la Patria también es de otros, aunque estos otros hablen otro idioma y tengan otro color de piel.
Por lo tanto, resulta imprescindible ahora, levantar las voces para decirle al mundo que esta minoría debe ser exterminada de una vez y que la única manera que lo haremos, no será con palos o fusiles, será con la fuerza de nuestra verdad y de nuestra dignidad, que eso si, no podrán matar jamás, por más balas que disparen.
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