Sembra che il paese viva un momento di stallo. Sembra.
Perché a guardare il panorama complessivo ci si rende conto di quanto grande sia il pericolo che lo Stato andino sta correndo. A cominciare da una improbabile invasione di terroristi raccontata a bassa voce tra i corridoi dellintelligence statunitense, per finire al prossimo aumento del pane.
Bolivia, la quiete prima della tempesta?
Di Giovanna Vitrano

Le foto di questa pagina si riferiscono alla miniera d'oro Kori Kollo della Inti Raymi Mining Company, situata a 3.800 metri sopra il livello del mare sull'altipiano boliviano a 45 chilometri a nord di Oruro. - Foto di David Mercado - Reuters
SOMMARIO
Il porto a sorpresa
L'invasione dei terroristi
Ma il gas dove va?
La quiete prima della tempesta
Bolivia - 4 Marzo 2004
La realtà boliviana può essere osservata da più punti di vista. A uno sguardo veloce, magari una lettura superficiale dei giornale, potrebbe sembrare che nel cuore dellAmerica Andina sia arrivato un momento di semi-tranquillità, un momento in cui, forse, è possibile fare le cose. A uno sguardo veloce, niente in Bolivia può catturare lattenzione quanto i fatti di Haiti. A rendere ancora più convincente questa analisi cè lo Informe sobre la Práctica de los Derechos Humanos en Bolivia 2003, un documento redatto in inglese (con tanto di avvertenza che in caso di discrepanza tra loriginale inglese e la sua traduzione in spagnolo ha valore la versione anglofona) dal Dipartimento di Stato statunitense, che conferma come nel corso dellanno passato in Bolivia non si siano registrate violazioni dei diritti umani.
Insomma, non va tutto bene, però si può ben sperare.
Puzza di bruciato
Peccato che tutti questi panorami bucolici siano avvolti da una nuvola di cattivo odore. E puzza di bruciato, un odore che ci viene suggerito da tanti fatti che, come al solito, dopo averli raccolti un po in giro per lAmerica Andina, li abbiamo messi uno dietro laltro. E il quadro che ci appare è molto, molto preoccupante. Un quadro di cui abbiamo iniziato a sospettare lesistenza proprio leggendo lInforme, in cui non abbiamo trovato una sola parola sui gravissimi fatti di sangue e del febbraio e dellottobre dellanno scorso (circa 200 morti, in maggioranza civili, senza contare i feriti e lelevato numero di arresti effettuati al di fuori di ogni legalità); sulla schiavitù e sul commercio dei bambini leggiamo che entrambi sono stati un problema, concludendo che, quindi, ora non lo sono più. E non un commento sul fatto che la mortalità infantile in Bolivia è del 6%, mentre la media nellintera America Latina è del 2,7%.
Tutto questo puzza.
E per questo che adesso proviamo a mettere insieme tutte le tesserine di un puzzle che, sempre sperando di essere smentiti dai fatti, compone una situazione tanto chiara e semplice da abbagliare.
Le regole non sono cambiate
Ricominciamo dallinizio, dalle solite vecchie regole del Fondo Monetario Internazionale. Se vuoi che i prestiti elargiti ad altri paesi si trasformino in investimenti lucrosi, fai in modo che il paese aiutato non sia mai in grado di estinguere il suo debito. Per ottenere questo risultato, non permettere che si giunga ad una pericolosa stabilità politica: una buona politica è madre di una buona economia, un problema serio per il Fondo e per i Signori che lo governano, i Padroni del Mondo.
Ecco qua che, laggiù in Bolivia, in un paese in cui oltre il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, mentre un governo tecnico sembra sembra- voler portare avanti la politica economica migliore tra quelle proposte negli ultimi trentanni, lo stesso governo decide che è ora di aumentare il prezzo del pane. Da 40 centesimi a 50 centesimi di boliviano. Il 20% della popolazione boliviana vive con 3,5 bolivianos al giorno. Tutto questo equivale, prendendo ad esempio lItalia, paese in cui il 20% dei cittadini guadagna circa 1000 euro al mese, ad un costo del pane pari a oltre 4 euro al chilo.
Sicuramente questa manovra economica non farà guadagnare punti al presidente Carlos Mesa, accettato dai boliviani con il beneficio del dubbio, pronti a scatenarsi contro di lui così come hanno fatto con Gonzalo Sanchez de Lozada, defenestrato lo scorso ottobre.
In più, i boliviani sono più forti: dalla loro hanno proprio questa vittoria, laver cacciato il gringo Gonzalo nonostante lappoggio del governo statunitense, appoggio che, in quei giorni, non veniva riconosciuto a Mesa. Un appoggio che Mesa continua a non avere, nonostante i suoi sforzi per ingraziarsi e lambasciata di Greenlee e i signori del FMI.
Sforzi che si chiamano Puerto Bush, tanto per iniziare.

Il porto a sorpresa
Un nome che fin dalla sua prima apparizione ci aveva insospettito, e che adesso, alla luce di altri fatti, ci amareggia.
Come riportato nellarticolo Disputa per loro azzurro pubblicato da Selvas qualche giorno fa, la vera notizia sta nel fatto che la zona della Triple Frontera, ovvero tra Brasile, Argentina e Paraguay, è la porta sulla più grande riserva di acqua potabile esistente nel mondo. Una porta davanti alla quale, secondo le solite informazioni ultrasegrete dellintelligence statunitense, si starebbe riorganizzando il fior fiore delle sigle terroristiche. Proprio lì, tra la fitta vegetazione amazzonica, si muoverebbero i fanatici di Hamas, di Al Qaeda, gli Hezbollah.
Ed ecco la necessità di Puerto Bush. Un porto militare per aiutare la Bolivia ad avere un accesso al mare per le sue esportazioni, in questo caso, per coincidenza, proprio via il fiume Paraguay. Un fiume che attraversa nel centro questa enorme cisterna sotterranea capace di produrre 40 chilometri cubici di acqua allanno, una vera riserva inesauribile delloro blu, unica vera ricchezza capace di garantire il potere alle economie di domani.
Linvasione dei terroristi
Ma i terroristi non sono soltanto in Argentina o in Brasile. Ci sono anche in Bolivia. Terroristi che da anni si nascondono tra i cocaleros del tropico cochabambino, e sono talmente tanti che ormai per il governo di Washington non cè più differenza tra terrorista e cocalero. E chiunque abbia visto, anche solo in fotografia, un cocalero boliviano può capire quale sia lindignazione provocata da affermazioni tanto assurde.
Però in Bolivia i terroristi devono esserci. Tantè che è arrivata lFbi, proprio i signori di nero vestiti del Federal bureau of Investigation, in aiuto della polizia boliviana impelagata nel grave attentato contro un giudice. Un giudice che, i giornali americani questo lo hanno subito sottolineato, era impegnato con indagini sulla mafia e su casi inerenti le terre e i movimenti dei Sin Tierra.
Terroristi i cocaleros, tutti narcotrafficanti, e terroristi i campesinos, pronti ad appropriarsi di terre che non appartengono loro. Riflettendoci, è proprio inverosimile: qualcuno ucciderebbe un giudice importante pur di avere un pezzo di terra da zappare dallalba al tramonto
A quando la scoperta che in Bolivia si producono armi di distruzioni di massa? Vuoi vedere che il fungo killer è un perfido incrocio sviluppato da qualche campesino guaranì, uno di quelli che vivono in schiavitù ai confini del dipartimento di Santa Cruz?

Ma il gas dove va?
Arriviamo allannoso problema del gas. Negli anni Settanta, pur di vendere in santa pace il gas naturale ai brasiliani, Banzer si dovette inventare il Plan desarollo Alternativo e il Plan Coca Zero.
Adesso, morto luomo forte di Washington in Bolivia, trucchetti così ben riusciti non se ne vedono più. Purtroppo assistiamo ad una specie di gioco delloca in cui le pedine vengono spostate sempre dai soliti super-nomi delle solite super-multinazionali. Giocano a questo tavolo la Repsol, la British Petroleum, la British Gas, la Shell, la Enron, El Paso, la Total, la Chevron, la Exxon, Suez, etc... che hanno il loro contraltare bancario nella KfW, Deutsche Bank, Société Générale, Banco Mondiale, Citigroup, Morgan Chase Manhattan Bank, etc...
Individuati i giocatori, passiamo alla strategia. In maniera succinta, poiché troppo complesso è il gioco per poter essere completamente spiegato in poche righe.
Prima di tutto, ricordiamo che la Repsol, dopo aver dichiarato al mondo che avrebbe investito 7.000 milioni di dollari nel paese del Tango, nel momento in cui si sente rispondere dal nuovo presidente Kirchner che un contratto lungo fino al 2017 era troppo lungo, rifà i conti e confessa che per un periodo più breve linvestimento attuabile sarebbe solo 5.543 milioni di dollari, ben il 20% in meno.
Secondo, sempre la Repsol acquista per qualche decina di milioni di dollari un terreno messicano perfettamente adattabile ad ospitare una raffineria di gas naturale. Per accogliere il gas boliviano, destinato, come leggenda vuole, agli Stati Uniti.
Terzo. Qui ci viene in aiuto una illuminante analisi di Gennaro Carotenuto, giornalista per luruguayano Brecha ed esperto in fatti latinoamericani, che nel corso di un convegno parla dellAmerica del Sud come della Cina americana, quel gran mercato in cui puoi comprare tutto a poco per rivenderlo a prezzi occidentali. E oggi la Cina statunitense è il Cile.
Cile che importa il 90% del gas di cui necessita.
Certo, il gas boliviano è davvero tanto, molto di più di quanto sia necessario al paese di Lagos.
Però, e qui torniamo a fare un po di conti, se vendi ai cileni il gas pagato a $ 0,70 (il prezzo corrente del petrolio è di $ 1,5), puoi farlo ad un prezzo davvero ridicolo, un prezzo ancora molto basso quando lo compri per la tua grande nazione a stelle e strisce. E nel frattempo ti tieni al guinzaglio il paese del rame, elemento fondamentale per le moderne tecnologie che oggi in Cile non vale una cicca.
| :: ACQUA: Bolivia contro Chile :: |
Tratto da EL DIARIO - 4 Marzo 2004
Comisión binacional buscará solución a problema del Silala
Una comisión técnica binacional se hará cargo de buscar una solución para el problema surgido entre Chile y Bolivia por el uso indebido de las aguas del manantial Silala.
La información fue proporcionada por el ministro de Relaciones Exteriores y Culto, Juan Ignacio Siles del Valle, quien llegó a ese acuerdo con su homóloga chilena, Soledad Alvear, en una breve reunión que sostuvieron en la ciudad de Buenos Aires, Argentina, en el marco de una reunión entre Ministros de la Comunidad Andina de Naciones (CAN) y el Mercado Común del Sur (Mercosur). |
La quiete prima della tempesta
Tutto questo però i boliviani non lo sanno. Forse quel 30% che vive nelle grandi città lo sospetta, ma di certo il restante 70% che cerca di sopravvivere nelle campagne o giù in fondo alle miniere di Potosì di tutto questo non sa proprio niente. I boliviani sanno, però, che tutti insieme hanno battuto la Bechtel e le sue pazze tariffe per lacqua (vedi la guerra per lacqua del 2000). Una vittoria potrebbe costare il fallimento del paese, costretto a pagare una penale di 25 milioni di dollari visto che il tribunale supersegreto del WTO non potrà non condannare la Bolivia per aver rescisso un contratto prima del termine. Questo i boliviani non lo sanno, però sanno che tutti insieme hanno fatto cadere, anzi scappare, il governo di Gonzalo Sanchez de Lozada dopo averlo colpito duramente relativamente allimpuestazo del febbraio 2003.
I boliviani sanno oggi che non vogliono vendere il loro gas ai cileni, e domani sapranno che non vorranno pagare il pane 10 centesimi di boliviano di più. E sapranno anche che non hanno alcuna intenzione di pagare gli aumenti previsti sulle bollette per lenergia elettrica.
Questo i boliviani lo sanno. E sanno che possono fare affidamento solo alla loro rabbia, solo alla violenza generata dalla disperazione. Anni di tavole rotonde e conferenze non hanno dato alcun frutto, tre giorni di rivolta hanno cambiato lintero governo.
Cosa faranno, domani, i boliviani? E se dovessero tornare in piazza, chi ci assicura che qualcuno non vedrà in questo una manovra dei soliti terroristi, una manovra tanto pericolosa da richiedere lennesimo intervento militare, come al solito solo per portare un po di democrazia dove è chiaro che non cè?
Giovanna Vitrano, giornalista e ricercatrice indipendente ha curato diverse inchieste e dossier su politica, società e ambiente del continente latinoamericano, è tra i fondatori di selvas.org.
E-mail: giovitrano@libero.it
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